Antonia Nappi
Psicoterapeuta sistemico-relazionale

Perché un sorriso non è soltanto una forma.

Per molto tempo ho creduto che il sorriso fosse principalmente una questione estetica. Oggi penso che sia, prima di tutto, una forma di comunicazione. Da qualche anno trascorro molte ore all’interno di uno studio odontoiatrico. All’inizio osservavo i trattamenti, le tecniche, i materiali, i risultati clinici. Con il tempo mi sono accorta che il mio sguardo cercava altro.

Non guardavo i denti, guardavo le persone.

Mi sorprendevo a osservare come entravano nello studio, come salutavano, come parlavano, come si emozionavano. Mi accorgevo che il mio interesse cadeva sempre nello stesso punto: il momento in cui sorridevano. Perché è nell’espressione che una persona smette di rappresentarsi e inizia a mostrarsi è una deformazione professionale, probabilmente.

Lo psicoterapeuta impara presto che la comunicazione non coincide con le parole. Le parole raccontano una storia, il corpo, molto spesso, racconta quella vera ogni relazione che viviamo lascia una traccia. Alcune diventano ricordi, altre diventano automatismi: il modo in cui guardiamo qualcuno, il modo in cui ci avviciniamo, il modo in cui sorridiamo.

Sono gesti che, con il tempo, smettiamo di scegliere consapevolmente. Li ripetiamo così tante volte da farli diventare parte della nostra identità. Per questo, quando entro nello studio, raramente il mio sguardo si ferma sui denti. Guardo il volto, guardo gli occhi, guardo quella mano che, senza che il paziente se ne accorga, sale davanti alla bocca mentre ride.

Guardo il mento che si abbassa, guardo il sorriso trattenuto e ogni volta mi pongo la stessa domanda.

Da quanto tempo quella persona sorride così?

Non credo che qualcuno decida, un giorno, di nascondere il proprio sorriso. Credo, piuttosto, che alcuni modi di sorridere vengano appresi lentamente: 

– Uno sguardo dopo l’altro.

.- Un commento dopo l’altro.

– Una relazione dopo l’altra.

Fino a diventare il modo più naturale di stare nel mondo dd è proprio questo che trovo affascinante. Dopo anni, questi comportamenti smettono perfino di essere percepiti, diventano parte della persona.

“Io sorrido così.”

Quante volte l’ho sentito dire e ogni volta ho pensato che quella frase raccontasse molto più dei denti.

Racconta un adattamento, un equilibrio un modo che quella persona ha trovato, spesso senza rendersene conto, per stare nella relazione. È osservando questi automatismi che ho iniziato a pormi una domanda diversa. Non tanto che cosa restituiamo quando riabilitiamo un sorriso ma che cosa torna a vivere.

L’odontoiatria contemporanea ha compiuto progressi straordinari. La ricerca ci ha insegnato a osservare la funzione, le proporzioni, la linea del sorriso, l’esposizione incisale, l’armonia dento-facciale e la percezione estetica del volto. Oggi disponiamo di strumenti che consentono di progettare trattamenti sempre più predicibili, conservativi e personalizzati.

È un patrimonio scientifico enorme, eppure mi domando se, accanto alla funzione e all’estetica, non esista una dimensione che osserviamo ancora troppo poco, l’espressività.

Con questa parola non intendo la bellezza, non intendo la perfezione, non intendo il bianco dei denti.

Per espressività intendo la naturalezza con cui una persona utilizza il proprio sorriso durante una relazione. Il sorriso non è un oggetto è un comportamento, è uno dei linguaggi più immediati che possediamo.

Con un sorriso comunichiamo accoglienza, ironia, imbarazzo, complicità, sicurezza, vulnerabilità. Per questo faccio fatica quando la comunicazione contemporanea propone un unico modello possibile di bellezza.

– Sorrisi perfettamente bianchi.

– Perfettamente allineati.

– Perfettamente simmetrici.

Non perché questi risultati siano sbagliati, sarebbe una semplificazione.

Ma perché, involontariamente, rischiano di trasmettere l’idea che esista un’unica forma desiderabile di sorriso. La natura, invece, non costruisce copie, costruisce identità. Ogni volto possiede una propria grammatica espressiva, ogni sorriso dialoga con quella grammatica. Ogni persona è riconoscibile proprio perché non assomiglia completamente a un’altra.

Pensiamo ai paesaggi, nessuno chiederebbe a una montagna di assomigliare a tutte le altre. Nessuno vorrebbe che ogni tramonto avesse gli stessi colori è la loro unicità a renderli memorabili.

Forse anche il sorriso merita lo stesso rispetto, la riconoscibilità è uno dei bisogni più profondi della relazione. Abbiamo bisogno di essere visti per ciò che siamo, non per quanto assomigliamo a un modello. Lavorando accanto a Vincenzo Carbone ho sentito ripetere una frase che inizialmente consideravo soltanto un principio clinico.

“Guardare la fine per progettare l’inizio.”

Con il tempo ho capito che quella frase non parlava soltanto di odontoiatria, parlava di prospettiva. Restituire al paziente la visione del clinico significa offrirgli, anche solo per un momento, uno sguardo diverso sul proprio futuro: non più il problema ma la possibilità.

Credo che sia proprio qui che nasca la forza di un progetto. Quando una persona smette di osservare soltanto ciò che manca e inizia finalmente a vedere ciò che può diventare. Forse è da questa idea che nasce anche un modo diverso di progettare il sorriso. Un modo che non parte da un modello prestabilito, ma dalla persona. Ogni giorno vedo discutere forme, proporzioni, colori, texture, traslucenze e non ho mai assistito a una risposta uguale alla precedente. Perché non si sta costruendo un gioiello si sta cercando di interpretare un volto ed è una differenza enorme.

C’è un momento che continuo ad aspettare ogni volta non coincide con la consegna del lavoro, non coincide con la fotografia finale arriva qualche minuto dopo quando il paziente inizia a parlare, quando si distrae, quando ride senza pensarci.

Quando porta istintivamente la mano verso la bocca e, per la prima volta, la lascia scendere. Quando smette di ricordarsi di avere un sorriso nuovo. È lì che qualcosa cambia davvero. il sorriso non è più un risultato torna a essere un’espressione.

Per questo mi piace pensare a questi percorsi come a una palestra emotiva non perché un trattamento odontoiatrico possa curare le emozioni. Le emozioni appartengono a percorsi diversi ma perché, proprio come accade in una palestra, una persona scopre possibilità che aveva smesso di utilizzare.

All’inizio osserva il proprio sorriso:

Lo controlla.

Lo prova.

Quasi lo studia.

Poi, lentamente, accade qualcosa smette di pensarci ed è proprio allora che il sorriso torna ad appartenergli.

Come psicoterapeuta non so progettare un incisivo centrale, non saprei scegliere la traslucenza di un composito né disegnare una linea del sorriso ma so riconoscere il momento in cui un’espressione torna a essere spontanea.

Forse è proprio lì che psicologia e odontoiatria iniziano davvero a dialogare non nel tentativo di costruire persone più belle. Ma nel desiderio, profondamente umano, di permettere a ciascuno di esprimersi senza dover più controllare il proprio sorriso.

Perché, alla fine, il sorriso non appartiene ai denti.

Appartiene alla persona.


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